Si sente spesso parlare di mobbing sul lavoro, ma a molti non sono chiari i criteri che possono far emergere sul serio un sistema metodico azionato contro un lavoratore, per far sì che questi risenta degli effetti in senso negativo sulla propria persona.

Effetti che, a cascata, si ripercuotono sulla vita quotidiana, su quella privata, sull’intero sistema psicologico delle vittime.

Piccola curiosità: di mobbing si parla da almeno un secolo. Il primo a utilizzare questo termine fu lo psicologo svedese Heinz Leymann alla fine dell’800.

Nel nostro paese il tema fu affrontato per la prima volta dallo psicologo tedesco Harald Ege: era il 2002 e fu pubblicato il suo metodo per approfondire il tema e i danni connessi al mobbing.

In quest’articolo analizziamo tutti gli aspetti del mobbing sul lavoro: che cos’è, come riconoscerlo e quando denunciarlo, le leggi a tutela dei lavoratori.

Cosa si definisce mobbing?

Iniziamo con la spiegazione del termine: mobbing è un termine inglese che deriva dal verbo “to mob” che tradotto significa assaltare, molestare.

Per tale ragione, in generale e a livello internazionale, si usa il termine mobbing, attraverso il quale si identifica un comportamento violento, anche solo di tipo psicologico, contro qualcuno.

Per quanto riguarda il settore lavorativo infatti, il termine viene utilizzato per indicare un comportamento atto a terrorizzare, prostrare, mettere all’angolo un lavoratore attraverso una serie di azioni che sconvolgono la serenità e la psiche della vittima.

Azioni vessatorie, frasi svilenti ripetute di fronte ai colleghi, demansionamento non supportato da ragioni effettive…tutto questo rientra nel mobbing sul lavoro.

In alcuni casi, le persone – superiori o colleghi – arrivano allo stalking, che rappresenta un altro tipo di reato e si manifesta con la persecuzione del soggetto attraverso telefonate fuori orario di lavoro con richieste inammissibili o sms dello stesso stampo.

Molte persone, tra quelle che alla fine hanno deciso di dire basta e hanno denunciato questa vera e propria persecuzione, hanno dichiarato di essere entrate in una spirale di depressione, insicurezza e terrore. Il solo pensiero di accedere al luogo di lavoro ha provocato in loro malesseri di varia natura.

Un quadro davvero preoccupante, ed è questa la ragione per cui è bene comprendere tutti gli aspetti di questo terribile metodo di assoggettamento psicologico, spesso scaturito da invidie, dalla volontà di non far progredire una carriera, da caratteri di tipo autoritario, da dispetti che alla lunga si tramutano in persecuzione.

I casi sono molti più di quanto ci si possa aspettare ma non è possibile fornire dati ufficiali, in quanto le denunce sono minori rispetto alla reale situazione a livello nazionale.

Come capire se si è vittime di mobbing

Comprendere se si è vittime di mobbing in alcuni casi, almeno inizialmente, può essere difficile.

I comportamenti anomali contro i lavoratori a volte sono sfumati, non ci si rende conto che certe frasi sono offensive, che certi comportamenti sono da evitare. Si tira avanti, fino al giorno in cui ci si rende conto di vivere costantemente in uno stato di stress, avviliti, e non per la mole di lavoro o per le vicende quotidiane.

In linea generale, si può parlare di mobbing sul lavoro quando:

  • I comportamenti vessatori avvengono sul luogo di lavoro da parte di superiori o colleghi
  • Sono azioni reiterate per un lungo periodo
  • Le azioni hanno lo scopo di svilire la persona per ottenere come conseguenza le sue dimissioni o per rovinare l’equilibrio psicologico

Un punto fondamentale su cui riflettere: solitamente il  mobbizzato si trova in una situazione di inferiorità contrattuale, ma non per questo di inferiorità a livello di preparazione anche a livello lavorativo.

Non accade mai il contrario: il datore di lavoro, o un superiore, generalmente non sono presi di mira, anche per logiche aziendali interne che prevedono il rispetto delle gerarchie.

Si noti però come in alcuni casi il mobbizzato viene emarginato, offeso, reso inerme attraverso mansioni minori rispetto a quelle previste dal contratto di lavoro, non perché incapace, ma perché può rappresentare un pericolo per la carriera altrui, oppure per evidente ostilità personale.

In definitiva, dallo psicologo spesso ci va a finire la vittima, ma sarebbero altre le menti da scandagliare…

I sintomi delle vittime di mobbing

Esistono sintomi specifici che possono aiutare a comprendere quando una persona sta affrontando una situazione al limite dell’accettabilità sul luogo di lavoro, e questi sintomi dovrebbero essere affrontati con la stessa cura con cui si affronta una malattia.

Ecco di seguito i principali segnali che devono far scattare un campanello di allarme: attenzione quando si arriva a questi sintomi

  • Dermatiti che compaiono all’improvviso
  • Tremori
  • Palpitazioni
  • Sudore freddo
  • Cefalea
  • Calo dell’attenzione e della concentrazione
  • Difficoltà di respirazione
  • Difficoltà di espressione

Questo quadro generale esprime un malessere psicologico che si manifesta attraverso sintomi fisici, psichici e organici da non sottovalutare, perché a  lungo andare possono compromettere il sistema neurologico e quello cardiocircolatorio: mai arrivare a un simile stato. Denunciare è l’unica soluzione coerente.

Denunciare il mobbing: gli strumenti a tutela dei lavoratori

La Costituzione Italiana tutela i lavoratori e sostiene la dignità di chi lavora.

Anche il Codice Penale e il Codice Civile hanno al loro interno diversi articoli che possono essere presi in considerazione per sostenere i diritti di un lavoratore vittima di mobbing, ma attenzione: si tratta di reati contro la persona, perché in Italia non esistono ancora leggi specifiche per contrastare il mobbing,

Di conseguenza, quando ci si trova in una situazione simile, la cosa migliore da fare è denunciare, avendo cura di conservare il più alto numero di prove attraverso la registrazione di conversazioni, e memorizzando eventuali sms o messaggi vocali che possono confermare in maniera chiara il metodo usato contro il lavoratore.

Queste prove saranno utili nel momento in cui si andasse a finire in tribunale, e si possono mettere a disposizione del magistrato qualora giudicasse utile entrarne in possesso per valutare meglio la situazione.

ATTENZIONE: nel caso in cui si dovesse decidere di registrare le conversazioni in maniera occulta, è bene ricordare che è lecito registrare conversazioni private o che comunque coinvolgono direttamente chi attiva un registratore, ma non è consentito dal nostro ordinamento renderle pubbliche se non si vuole rischiare di essere denunciati per il criterio di rispetto della privacy.

Va comunque detto che una recente sentenza della cassazione, la N° 12534/2019, ammette le registrazioni occulte di conversazioni tra colleghi se queste possono stabilire fonte probatoria atte a finalizzare la difesa di un diritto.