Ci siamo: l’Italia, che in merito allo smart working era rimasta molto indietro rispetto alle altre nazioni eruopee, che già da qualche anno avevano avviato questo tipo di strategia aziendale, a causa dell’arrivo inaspettato della pandemia da Coronavirus si è dovuta adeguare.

A chiedere questo cambiamento è stato il distanziamento sociale imposto per decreto del presidente del consiglio, un elemento ritenuto essenziale per scongiurare il più possibile il rischio di diffusione del contagio.

Al di là degli aspetti umani, del cambiamento di abitudini e dell’organizzazione casalinga dell’area di lavoro, quali sono i diritti e i doveri a cui vanno incontro i lavoratori chiamati a lavorare da casa, ma anche gli obblighi e i diritti delle aziende?

Cerchiamo di comprenderlo attraverso l’approfondimento che troverai nei prossimi paragrafi…

Come cambia il lavoro ai tempi del Sars Cov2

In un lasso di tempo molto breve la società è cambiata e a livello planetario. L’emergenza sanitaria ha provocato un vero tsunami anche sui tanti aspetti pratici della vita quotidiana e in ogni settore. Dalla produzione al commercio al dettaglio, dagli uffici pubblici e privati, passando per il settore dell’istruzione, quello sanitario, quello culturale e turistico e tutto ciò che esiste sul pianeta terra sviluppato dall’essere umano.

Tutto è dovuto cambiare di pari passo con il diffondersi dell’emergenza sanitaria, che è ancora in corso e che, non avendo la medesima tempistica a livello mondiale, si ripresenta ora in una nazione ora in un’altra, con il verificarsi di nuovi focolai.

È questa la ragione fondamentale per cui non si sta tornando a una totale normalità. Ed è per tale motivo che il lavoro ha cambiato connotati, almeno per chi era abituato a recarsi in azienda ogni mattino e a prender posto alla propria postazione di lavoro.

La soluzione? Si chiama smart working, che tradotto significa “lavoro agile” o “lavoro intelligente” ma che per molti è ancora qualcosa di poco chiaro e ben definito.

Smart working e telelavoro: due cose differenti

Innanzitutto è bene chiarire una cosa: non bisogna confondere lo smart working con il telelavoro. Sono due situazioni che possono apparire simili, ma che – anche a livello normativo – si presentano in maniera del tutto differente.

Nel caso del telelavoro la postazione, così come la fornitura degli strumenti di lavoro, è collocata in maniera fissa all’interno dell’appartamento del lavoratore in un luogo ben preciso e deciso di comune accordo tra le parti,  e gli elementi fondamentali per lo svolgimento delle attività quotidiane sono fornite dall’azienda.

Inoltre il datore di lavoro può decidere di inviare verifiche al fine di controllare che l’impiegato sia sul posto di lavoro (casa o altro luogo) durante gli orari lavorativi.

Nulla di tutto questo accade per chi lavora in smart working, anche se ovviamente esistono obblighi, sia da parte del lavoratore sia da parte del datore di lavoro, che vanno ovviamente rispettati.

Diritti e doveri dei lavoratori

Per approfondire a livello normativo le norme che regolano lo smart working in Italia, si può leggere la disciplina che è contenuta all’articolo 18 della Legge N° 81/2017 che reca le “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”.

Con questo termine si intende, in massima sintesi, una modalità di lavoro dedicata ai dipendenti, quindi interessa chi ha un contratto di lavoro subordinato, e che viene preventivamente stabilita tra l’azienda e il lavoratore anche solo per periodi di tempo predeterminati.

È inoltre interessante osservare come, nel caso in cui il rapporto lavorativo sia modificato con la modalità smart working, e quindi sia svolto da remoto non possono esistere imposizioni sul luogo di svolgimento delle attività lavorative, così come non è possibile stabilire con precisione assoluta gli orari.

Attenzione però: con questo non si intende affatto di poter fare come meglio si crede. C’è maggiore libertà per quanto riguarda la scelta della postazione lavorativa, che può anche essere un giorno in un posto un giorno in un altro e persino all’esterno, per esempio in un parco, in un locale di ristorazione o altro luogo, qualora le condizioni consentano di svolgere le proprie attività.

In definitiva, lo smart working non modifica il contratto di lavoro esistente: cambiano solo le modalità di svolgimento.

Il trattamento economico e i buoni pasto

Passiamo ora a un punto centrale, e che mette in ansia molti lavoratori: quello relativo allo stipendio e agli eventuali benefit presenti sul contratto di lavoro.

Per ciò che concerne il trattamento economico niente paura: esso non può subire alcun tipo di modifica, in quanto è equiparato ai lavoratori che si recano in azienda ogni giorno.

Per quanto riguarda i buoni pasto, che sono concessi ai lavoratori quando manca la mensa aziendale interna, sono ugualmente erogati se si lavora in smart working?

La decisione spetta all’azienda, che può decidere se continuare a erogarli o meno, anche se alcune di esse scelgono di continuare a emetterli in quanto lo smart working, come spiegato in precedenza, permette al lavoratore la libertà di decidere, giorno per giorno, il luogo presso il quale lavorare. Se esce di casa e si colloca per esempio in una postazione in coworking, quindi, ha diritto di mangiare come se si trovasse fuori casa per andare in azienda.

Premio di 100 euro: chi lavora in smart working resta escluso

Per ciò che concerne invece l’agevolazione economica prevista dal Decreto Cura Italia, che all’articolo 63 prevede  un premio di 100 euro ai lavoratori che hanno continuato a prestare servizio presso l’azienda rischiando un eventuale contagio.

Proprio per questa ragione, chi lavora in smart working non ha diritto a questo bonus in busta paga.