Sembra che la funzione dello stage, ultimamente, si sia un po’ persa. Infatti, lo stage dovrebbe assolvere ad una importante funzione formativa, da svolgere preferibilmente sul finire degli studi universitari, che aiuti i neolaureati ad avere un titolo di studio più spendibile sul mercato del lavoro, perché ricco di esperienze professionali, che si aggiungono alla consolidata teoria.

È consigliabile compiere almeno uno stage durante gli studi, utile anche per spezzare la teoria con un’esperienza utile per misurarsi con la realtà e per meglio comprendere i propri limiti e le proprie attitudini. Purtroppo in Italia spesso si confonde il lavoro con lo stage.

Stage: non solo per studenti e neolaureati

La situazione italiana preoccupa non poco. Infatti, leggendo il comunicato stampa dell’Istat diffuso nel mese di gennaio 2019, anche se il 2018 su base annua ha fatto registrare una crescita dell’occupazione dello 0,4%, pari a +99 mila unità, si deve evidenziare che la tendenza riguarda solo gli uomini e i lavoratori a termine (+162 mila), mentre calano i dipendenti a tempo indeterminato.

Ancora più significativo è il fatto che nell’anno cresce l’occupazione esclusivamente degli ultracinquantenni, mentre cala quella nella fascia d’età tra i 15 e i 49 anni. Anche se complessivamente la disoccupazione cala del -4,3% e il tasso di inattività dello -0,4%, è chiaro che ci troviamo di fronte ad un’anomalia del sistema.

In un simile contesto stiamo assistendo ad un boom degli stage, che non si è ancora placato, iniziato nel 2015. In quell’anno, infatti, i provvedimenti legislativi del piano Garanzia Giovani, hanno incentivato parecchio l’attivazione di percorsi formativi, per le fasce d’età tra i 15 e i 29 anni.

In seguito, qualcosa si è perso. Basti pensare che sono in aumento i tirocini di reinserimento lavorativo, attivati verso gli over 45 in condizioni disagiate, quando i tirocini dovrebbero servire a migliorare le condizioni di ingresso nel mercato del lavoro dei soggetti laureati under 30.

Pertanto, i tirocini attivati in favore di studenti o under 30 non costituiscono la maggioranza. Infatti, oltre la metà del segmento di riferimento è composta da stagisti la cui età oscilla tra i 30 e i 65 anni

Prospettive per gli italiani di 30 anni

Viene da chiedersi che fare a 30 anni in Italia, dinnanzi ad un’offerta di stage. La situazione dei giovani, infatti, risente dell’allungamento del periodo dedicato agli studi. Conseguentemente, si trova lavoro sempre più tardi. E ciò è dimostrato dal fatto che i giovani lasciano la casa dei genitori e diventano finalmente autonomi a 32 anni suonati.

In una situazione simile, se non si hanno altre alternative e se si è privi di esperienze professionali, probabilmente conviene ancora svolgere uno stage, anche alla luce del fatto che dall’esperienza potrebbero derivare nuove opportunità, in termini di stabilizzazione o conoscenze/contatti che potrebbero favorire un rapporto di lavoro.

Un altro aspetto da considerare è quello di emigrare alla ricerca di un lavoro migliore e del benessere, che nel nostro Paese sembra scarseggiare. Tasto dolente per molti e, in un’ottica complessiva, per tutti. Infatti, i flussi migratori verso l’estero dovrebbero essere valutati in un’ottica complessiva e non, egoisticamente, in un’ottica puramente personale. Ognuno di noi ha diritto a ricercare opportunità migliori, però dovremo soffermarci a pensare che se tutti agissero in questo modo, il futuro del nostro Paese sarebbe seriamente compromesso.

La fuga dei cervelli è un fenomeno crescente e rischioso, per coloro che restano e anche per l’infrastruttura previdenziale. Il ruolo centrale non spetta ai cittadini ma è compito dello Stato favorire le condizioni per una crescita professionale e lavorativa della popolazione. Per invertire la tendenza, è necessario rendere appetibili le condizioni di lavoro, previdenza e fiscalità per giovani laureati che dopo anni di studio e sacrificio, legittimamente si chiedono se starebbero meglio all’estero.

Dalla capacità del Governo di creare lavoro e opportunità, dipenderà nel lungo periodo, la capacità dello Stato di produrre valore.

I motivi per restare

Purtroppo le iscrizioni all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero) sono in aumento e la prima Regione italiana a subire le maggiori “perdite” è la Lombardia. I giovani partono non più con una valigia di cartone, ma attrezzati di dispositivi di ultima generazione e con una laurea in tasca, perché non è spendibile in Italia in maniera dignitosa.

Il nostro Paese non è in grado di assorbire la domanda dei nostri laureati perché troppo qualificati. Perché restare quindi?

  • Gli affetti. L’italiano è l’europeo con la più marcata identità nazionale, attaccato alla famiglia, agli affetti e anche ai luoghi. All’estero, si riducono gli aspetti relazionali comuni con le altre persone e quindi si riduce anche l’empatia. Il rischio è quello di diventare individui incapaci di emozionarsi e di vivere di ricordi.
  • Patrimonio culturale. L’Italia è l’unico Paese identificato con le nozioni stesse di: storia, cultura e arti. Inoltre, la lingua, gli usi e i costumi molto diversi. Rientra in quest’ambito anche la nostra cucina, la migliore al mondo. Quest’ultimo non è un aspetto da sottovalutare. Siamo quello che mangiamo e il cibo è parte importante di un’esistenza. Quindi attenzione a quello a cui si rinuncia.
  • Clima. È un elemento a cui siamo troppo abituati, ma è anche la nostra fortuna. Dal mare alla montagna, viviamo un’esistenza varia, mite e temperata che favorisce il benessere, l’agricoltura e la qualità di ciò che si utilizza in cucina. Ecco perché il Bel Paese è preso d’assalto da turisti in quasi ogni stagione.
  • Per non arrendersi, persuasi da promesse che potrebbero avverarsi, ma di cui è necessario considerare il prezzo. Per non lasciarsi rovine alle spalle. Per pretendere un posto nella propria nazione.

Dov’è il futuro

Il futuro risiede in tutto ciò che, di piccolo o grande ma caratteristico, l’Italia è in grado di progettare e produrre. Il made in Italy va’ decisamente tutelato e protetto, come tutte le attività artigianali di esperta manualità che rischiano di sparire, complice l’abitudine al consumo eccessivo che suggerisce di buttare e ricomprare, anziché riparare e reinventare.

Riscoprire il valore della terra e le piccole cose che possono trasformarsi in grandi investimenti. L’idea vincente è mettersi in gioco. Ecco perché il Governo deve incoraggiare le start-up e l’imprenditoria giovanile, affinché le nuove generazioni acquisiscano le competenze del passato, che in futuro daranno ciò che oggi manca: i posti i fissi. Restare, perché dopo un glorioso passato abbiamo diritto ad un grande futuro.